Le scarpine

“Guarda che belle scarpine che ti ha fatto il nonno! Hanno la suola di cuoio, sai? Mica come quelle che vendono adesso, che son tutta gomma!”.

Ah! La fortuna di avere un nonno calzolaio!

Scarpine nuove fatte dalle sue stesse mani… Ricordo che avevo circa cinque anni e la mia ammirazione fu enorme! Davvero il nonno le aveva fatte per me, le aveva proprio pensate e forgiate apposta per i miei piedini! Mi aveva preso tutte le misure come un sarto, pianta, lunghezza, larghezza, collo, punta, tallone, caviglia… Ricordo di averlo ringraziato molto.

Ad esser sincero, però, non è che in cuor mio fossi proprio felicissimo come quando a Natale mi regalò le macchinine elettriche. Quelle scarpe mi sembravano un po’ da vecchi, quando mai le avrei portate?

“Vedrai che figurone quando andrai a scuola! Nessun altro bimbo avrà scarpe come queste!”.

Sì, nonno, non potrai mai saperlo ma ne ero ben convinto.

“Dai mo’, mettile subito che vediamo!”.

Quando le indossai arrivò la vera sorpresa, il disvelamento di un disegno, di una strategia.

“Vedi come ti stanno bene? Queste sì che sono scarpe! Tutte le altre non sono mica buone da niente! Pensaci bene. Ad esempio, con quelle di gomma non ci puoi mica balare il liscio!”.

Eccolo il disegno!

“Stammi a sentire, alla tua età sono cose che non ci si pensa, ma balare il liscio è importantissimo! Come credi che io abbia conosciuto la nonna?”.

Sebbene bambino, cominciavo a capire. Sapevo da un po’ che il nonno aveva almeno un paio di capacità eccezionali, erano racconti di famiglia che a quell’età avevo ormai sentito ripetutamente. Era un formidabile giocatore di briscola e tressette (in ogni giocata ricordava immancabilmente tutte le carte venute giù) ed era un gran ballerino, tanto che fin da giovane aveva sempre la fila di ragazze che volevano fare un giro di pista con lui.

“Dai che ti faccio vedere subito, adesso che hai delle scarpe vere! Vieni mo’ qui! Mano sinistra nella mia destra, io faccio la donna, e il braccio destro dietro la mia schiena. Cocca, accendi la radio che qui si balla!”.

Fu così che in un attimo, con la complicità di mia nonna che trovò subito la frequenza giusta, la sala da pranzo dei miei nonni si trasformò in una piccola balera per i primi passi di un novellino che puzzava ancora di latte. Anche questo si chiama svezzamento…

“Valzer! È un valzer! Dai mo’, tu mi devi guidare ma stai attento e segui me! Guarda i miei piedi! Úndue tre! Úndue tre! Úndue tre!”.

Un vecchio e un bambino, direbbe il poeta… Eravamo lì, in un contesto che mai avrei immaginato avesse potuto catapultarmi in un mondo altro, ed ecco che in pochi istanti e con soli tre ingredienti funzionali al passaggio drammaturgico – due scarpine nuove, un paio di frasi che sapevano di iniziazione e una musichetta gracchiante in onda alla radio – il nonno compì il miracolo. Sconvolse il concetto di tempo e di spazio e, in un attimo, lui (anziano) ed io (giovanissimo) ci trovammo a perpetuare un rito che univa non solo il passato e il presente, ma anche il vicino e il lontano (la consapevolezza di trovarmi nella conosciuta e rassicurante sala da pranzo dei nonni e, con vertiginoso spaesamento, l’immaginifica sensazione di calpestare la pista di un’ignota e perturbante balera, luogo a me sino a quell’età vietato).

Fu così che, pur se non divenni mai un ballerino, conobbi per la prima volta e in una maniera indelebile la magia di un mondo ricchissimo, multiforme e inestinguibile come quello del liscio.

Loris

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