Il “liscio” è la punta di un iceberg?

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Scrivo da “uomo della strada” incuriosito da tradizioni popolari.
Riconosco la “risonanza economica” del fenomeno “liscio”. Se però si parla anche di “valore culturale” e di “identità regionale”, vorrei sottolineare che, secondo me, la diffusione di questi balli è relativamente “moderna” e si innesta su una vasta tradizione più antica.
Lo testimoniano, ad esempio, il libro di Gaspare Ungarelli “Le vecchie danze italiane ancora in uso nella provincia bolognese” (1894) e passi più antichi in Giulio Cesare Croce.

Una cinquantina d’anni fa, volonterosi ricercatori hanno trovato chi suonava o ballava questi brani. Pure oggi attive associazioni e gruppi musicali tengono vive queste tradizioni (“E bene venga maggio” e Suonatori della Valle del Savena; “L’Uva grisa” a Bellaria e il gruppo della Carampana; l’Associazione della furlana in Provincia di Bologna; i Musetta nella zona delle “Quattro Province”; il Gruppo emiliano di musica popolare; ecc.).
Quanto al valore culturale, in questi balli incontriamo nomi come “Ruggero”, “Bergamasco”, Spagnoletto”, ecc. che si trovano pure nella musica colta.
A mio avviso, dunque, limitarsi al solo “liscio” – senza inserirlo in questo discorso più ampio – significherebbe immiserire e mutilare la presentazione del fenomeno sia sotto l’aspetto culturale , sia sotto quello della tradizione.

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Balli staccati (e non)

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Antonio Villani

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